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Da Cerri a Cerri

L'analisi del match contro il Parma

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Era finito tutto così, con Cerri. Erano altri tempi, era un altro Cagliari, era persino un altro mondo. Quel giorno i rossoblù ribaltarono la Sampdoria con la forza dell'esaltazione, dell'incoscienza e di un sogno che prendeva forma settimana dopo settimana. Ma dopo quel gol – di fatto – i sardi si dimenticarono di vincere, come annientati da una profezia. In questi mesi la sensazione è sempre stata la stessa, con la scia di quell'anatema ancora lì, silenziosa ma beffarda, impossibile da scacciare.

Forse ora il cerchio si è chiuso, da Cerri e Cerri, dal paradiso all'inferno, andata e ritorno. Era finito tutto così, oggi può cominciare tutto: un vissero (in)felici e (s)contenti che diventa c'era una (s)volta.

Ieri con la forza dell'esaltazione, dicevamo, oggi con la voce della disperazione. Perché, per quanto ovvio, il Cagliari è stato a cinque minuti – e anche qualcosina in meno – dalla retrocessione. Da questa parti è ben noto come istantanee come quella di oggi possano segnare una salvezza, il passato insegna, ma per quanto sia facile farsi tentare dalla sensazione precoce della missione compiuta, si tratta ancora di una goccia nell'oceano. Il cammino è ancora lungo e per nulla scontato, perché la sopravvivenza non è il contrario dell'immortalità.

Ieri il Cagliari è stato impacciato ma cocciuto, caotico ma determinato. Gotico, di quel gotico che fa orrore ma è romanticismo, quello di Stoker, gotico come le cattedrali che cercano il cielo con le guglie o con un colpo di testa.

La fase difensiva, infatti, è stata roba vietata ai minori, a tratti imbarazzante, sconcertante quando Cornelius ha mandato in porta Kucka grattandosi la nuca, emblematica quando, sul 3-3, si è disposta un po' a zona e un po' a caso, come un dado scrollato tra le mani e gettato sul tavolo, rischiando di prendere un gol che ci saremmo ricordati per tre generazioni.

Forse l'analisi lascia il tempo che trova, perché i rossoblù, in un modo o nell'altro, sono ancora sui binari. Il distacco non è più siderale, e il turno infrasettimanale arriva al momento giusto e con l'inerzia giusta. Dall'altra parte, i sardi troveranno un'Udinese salva e orfana del suo deus ex machina, quel De Paul espulso ieri per un calcione volante degno di Carlo Molfetta. Probabilmente non esiste, in Serie A, una squadra che dipende tanto da un giocatore quanto i friulani da Don Rodrigo. Può essere l'ennesima grazia divina, come quella concessa ieri col terra-aria scagliato da Kurtic in via Schiavazzi a mezzo metro dalla porta. Stavolta il Cagliari ha ringraziato, portato a casa e a caso. Chissà se saprà rifarlo.

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