Normann, il villaggio fantasma casa dei minatori di San Giovanni

Dallo sfruttamento nuragico fino al periodo minerario d’oro della Sardegna

pubblicato il 20/11/2020 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
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Valentina Piras

La Sardegna vanta una lunghissima storia e tradizione mineraria, risalente con relativa probabilità fin dal sesto secolo a.C. documentata dall’estrazione di ossidiana presso il Monte Arci.

Si è soliti far rilevare come la posizione geografica dell’isola abbia giocato un ruolo fondamentale nella storia sarda tralasciando di sottolineare come anche le sue ricchezze, anche quelle minerarie, fossero ampiamente ambite ai vari popoli che si sono avvicendati sul territorio nel corso dei secoli.

Di certo, tali importanti risorse minerarie erano note ai mercanti cartaginesi e fenici che sfruttarono abbondantemente tali ricchezze, in special modo dai giacimenti dell’iglesiente.

In epoca romana poi, basti citare che l’Imperatore Valentiniano I decretò che ogni nave che approdava in Sardegna dovesse corrispondere un dazio di cinque soldi per ogni metallaro, ovvero i condannati ai lavori forzati (damnatio ad metalla) sbarcato sull’isola.

Ma è infatti proprio nel territorio dell’iglesiente che, ai piedi del monte Uda, troviamo Gonnesa, borgo di circa cinquemila abitanti, noto fin dai tempi nuragici come testimoniato dal Complesso di Seruci e importante sito archeologico noto per il bel nuraghe polilobato che sovrasta l’intera area circostante.

Il bel centro abitato di Gonnesa attraversa fasi alterne nel corso della storia, infatti durante il medioevo veniva considerato, dai registri feudali, come un piccolo aggregato rurale appartenente al Giudicato di Cagliari.

Passò quindi sotto il controllo dei toscani Della Gherardesca, il casato del celebre Conte Ugolino, per poi passare al feudo dei Gessa; in questo periodo il centro andò spopolandosi tanto da essere considerato abbandonato.

In realtà, la popolazione scelse di vivere in diversi “furriadroxius”, cioè piccoli agglomerati rurali dove pochi nuclei familiari si raggruppavano dedicandosi all’agricoltura ed alla pastorizia.

Ma, come detto, la storia ribalta le sorti del centro abitato di Gonnesa tanto che, nel 1774, con la famiglia Asquer, si assiste invece ad una progressiva rinascita dell’antico centro di Gonnesa grazie soprattutto alla concessione di terre e mezzi agricoli a 15 famiglie.

Ma è solo nella seconda metà del 19° secolo che, grazie alla fiorente attività mineraria, Gonnesa fu protagonista di una notevole crescita demografica, importante ma non duratura poiché la crisi delle attività minerarie ha determinato un nuovo, lento e progressivo spopolamento.

Ed è proprio legata all’attività della Miniera di San Giovanni che dobbiamo la fondazione, sul costone del monte omonimo, di un piccolo centro abitativo dedicato ai dirigenti e impiegati della miniera: il villaggio Normann.

La miniera di San Giovanni venne, nel 1867, data in concessione alla Gonnesa Mining Company Limited e ciò determinò un importante impatto dell’uomo sul territorio con un imponente intervento antropico anche sul paesaggio: strade, costruzioni e impianti si fusero con l’ambiente circostante, modificandolo anche in modo importante nel corso degli anni.

Nella parte più alta, in posizione dominante ma abbastanza celata, troviamo il villaggio che ospitava appunto i dirigenti e gli impiegati della miniera con le rispettive famiglie.

Gli edifici, appartenenti anche ad epoche differenti e ben distinguibili nello stile, evidenziano l’evoluzione storica della miniera e dei suoi lavoratori, così come indicato anche dai macchinari, ora abbandonati e nascosti tra gli arbusti.

Tra i vari edifici, interessanti e certamente da non perdere, troviamo Villa Stefani, la Villa Pintus (probabilmente anche l’edificio di più recente abbandono), il rudere della Chiesetta di San Giovanni e quello che, all’epoca, era lo spaccio aziendale.

La miniera rimase in attività fino agli anni ’80, quando fu determinato il definitivo abbandono; oggi il villaggio è semi abitato, poche case e altrettante famiglie ancora risiedono in quello che potremmo definire un sito di archeologia industriale, immersi nel verde e tra i ruderi di un recente passato fiorente ma destinato al declino.

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