La sottile linea tra debito e dispotismo

Tanti gli episodi in casa Cagliari che continuano a dividere i tifosi

pubblicato il 05/12/2013 in Approfondimenti da Andrea Piras
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Andrea Piras
I giocatori del Cagliari esultano sotto la curva nord

Sono tanti gli episodi in casa Cagliari che continuano, specie in questi giorni, a dividere i tifosi rossoblù. Oggi Agazzi e Ariaudo, ieri Marchetti, Langella e chi più ne ha più ne metta. Ogni caso fa storia a sé, è vero, ognuno con sfumature e risvolti diversi che lo differenziano dai precedenti.

Ma tutti, fondamentalmente, conducono alla stessa questione: la flebilità della sottile linea che intercorre tra calciatori ingrati e club “dispotici”, tra legittime ambizioni di chi cerca di costruirsi una carriera sportiva migliore e altrettanto legittimi tentativi delle società di calcio di sottrarsi alle dinamiche di mercato che talvolta le rendono ostaggio dei capricci dei loro “dipendenti”.

La storia recente del calcio è ricca di simili diatribe (a tutte le latitudini, sia chiaro), alcune delle quali si sono poi concluse in tribunale con cause di mobbing e richieste di risarcimento.

Ma, aldilà degli aspetti formali, è questo un argomento che divide anche tifosi e appassionati di calcio. C’è chi è tuttora ancorato a una visione del calcio romantica seppur anacronistica, legato a un mondo d’altri tempi fatto di bandiere e di sani principi, a un’idea pura dello sport alla quale non riesce a rinunciare quasi come se non volesse esser svegliato da un bel sogno pur conscio che la realtà, ahimè, è ben diversa; e c’è chi invece, ormai disilluso e rassegnato, rinuncia ad affezionarsi eccessivamente a qualsivoglia giocatore e si fa scivolar via tutto con maggior facilità, senza rancore, quasi come un amante che, dopo l’ennesima delusione d’amore, rinuncia ad amare per paura di soffrire.

La prima categoria di tifosi, sentendosi ferita, accuserà il calciatore di turno di ingratitudine e di viltà, la seconda lo ringrazierà con un certo distacco per il servizio svolto e lo saluterà senza – almeno apparentemente – nessun tipo di risentimento o acredine.

Due visioni diametralmente opposte, ma che vanno rispettate: ogni tifoso ha una visione propria dello sport e del calcio ed è libero di sentirsi ferito o disilluso.

Il calcio, che piaccia o no, è fonte di emozioni e suscita sentimenti di diversa natura, spesso positivi e talvolta – in Italia ne sappiamo qualcosa – negativi.

Ma fin quando non si scade nell’insulto e nell’offesa tutto è lecito, come in amore.

D’altronde, che cos’è la passione per la propria squadra se non amore?