L’antico culto delle acque in Sardegna: Templi, Pozzi e Fonti Sacre

I riti dedicati alla forza creatrice e distruttrice del bene primario per la vita dei sardi

pubblicato il 24/04/2021 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
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Valentina Piras
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Che l’acqua sia l’elemento fondamentale per la vita è un dato noto a tutti. La stessa nostra gestazione, nel grembo materno, avviene nell’acqua, che ci culla e protegge durante la gravidanza.

L’acqua, specie quella potabile, è quindi un bene primario per la stessa nostra esistenza e sopravvivenza non solo per il mondo odierno ma fin dall’antichità.

Sì, perché anche i nostri antenati dovevano fare i conti con l’acqua, con la sua forza creatrice, vitale e indispensabile ma anche con la sua potenza dirompente e distruttiva.

Il culto delle acque risale, in Sardegna, alla preistoria quando gli antichi abitanti dell’isola, comprendendone la fondamentale importanza per la vita, arrivarono a venerarla come una divinità, simbolo di vita e fertilità.

A partire dal XII sec. A.C., la Sardegna vive un’epoca di cambiamento sociale e culturale grazie ad una nuova forte spiritualità legata proprio all’acqua. I villaggi dell’epoca infatti, grazie alla presenza di veri e propri “Santuari delle acque”, ci raccontano di una nuova grande cultura legata proprio a questo elemento.

È infatti tutt’altro che difficile trovare, ovunque nel territorio isolano, santuari dedicati proprio al culto dell’acqua come Templi, o le Fonti Sacre e i Pozzi Sacri

A titolo puramente d’esempio, e certamente tra i più conosciuti e spettacolari, possiamo citare la Fonte Sacra di Su Tempiesu (Orune), il Pozzo Sacro di Santa Cristina (Paulilatino), il Pozzo Sacro di Santa Vittoria (Serri), il Pozzo sacro di Sant’Anastasia di Sardara.

Tutte queste strutture, a dispetto dell’epoca e delle tecnologie disponibili furono edificati con notevole abilità ingegneristica e maestria intorno ai pozzi, i quali, secondo gli studiosi, erano luogo di pellegrinaggio, cerimonie e preghiere in favore del Dio delle Acque il quale avrebbe garantito loro, in cambio, un costante flusso d’acqua, fondamentale per le popolazioni, le colture e gli animali, e scongiurato alluvioni e distruzioni.

Una spiritualità che vedeva nell’acqua infatti una doppia valenza: da una parte l’elemento capace di scatenare e garantire la vita ma, dall’altra, anche la potenza distruttrice e catastrofica con le alluvioni.

Sulla base degli studi condotti, si presume che le cerimonie più importanti, anche per via della particolare spettacolarità, fossero celebrate durante il plenilunio nei mesi tra dicembre e febbraio, quando la luce della luna cade perpendicolare a trafiggere lo specchio d’acqua, penetrando dalla sommità del pozzo e risalendo lungo la scalinata d’accesso.

Sebbene i dettagli del culto ci siano ancora misteriosi, va precisato che in Sardegna si celebrava un doppio culto dell’acqua. In primis, il culto delle acque di fonte le quali, sgorgando direttamente dal ventre della Madre Terra, venivano considerate come la linfa vitale del grembo materno, acqua pura mai stagnante, ed era particolarmente importante per gli allevatori di bestiame. Veniva poi l’acqua piovana, vitale per i contadini, che la consideravano vitale e alla quale dedicavano riti e processioni propiziatorie.

Anche in epoche più recenti, all’acqua si continuano ad attribuire poteri taumaturgici importanti, basti pensare che in molte località dell’isola le madri di bambini che tardavano a parlare portavano i loro pargoli al cospetto delle statue Sant’Antonio, generalmente rappresentato con una campanella tintinnante. Riempita d’acqua la campanella, questa doveva essere bevuta in tre sorsate dal piccolo per avere il dono della parola.