Cagliari, storia di una lenta e costante agonia

Grinta, cuore, umiltà, agonismo e valori: necessari per salvarsi, ma in campo non si vedono

pubblicato il 05/04/2021 in Sotto la lente da Mario Siddi
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Mario Siddi
2020

Manco fosse una tortura cinese, eccoci a dover commentare un altro turno di campionato infausto per il Cagliari. Ormai è uno stillicidio continuo, una lenta agonia senza fine, che i tifosi e forse anche gli addetti ai lavori, temono porti inesorabilmente verso il (B)aratro.

Perché se arriva il Verona alla Sardegna Arena e, manco a dirlo, si porta via i tre punti in una gara dove gli avresti dovuti sbranare (dopo 15 giorni di sosta) e vista la classifica, forse anche le analisi son terminate, così come gli alibi, le scuse e i mea culpa.

L'attuale Cagliari, senza troppi fronzoli, è questo.

Irrazionale, incostante, confuso. Impaurito da tutto e tutti e privo forse del carattere necessario per potersi salvare. Un encefalogramma piatto, escluso qualche debolissimo sussulto, che illude la piazza che “la prossima gara” sia quella della svolta, per una svolta che non arriva mai.

Quale delle restanti gare sono “papabili” per una vittoria?

La prossima con l'Inter? O forse quella contro il Milan? Oppure contro la Roma? O magari giocarsela con Parma, Benevento, Fiorentina o Genoa?

Con quale piglio poi?

Lo stesso messo in campo contro lo Spezia? O quello visto in casa contro L'Hellas, dove la squadra da doversi salvare, sembrava quella ospite?

In questo clima decadente da “fine dell'impero”, ciò che mancano sono i valori. Non quelli a parole – ben inteso – dove giocatori, mister e dirigenza, son pronti a buttare il cuore oltre l'ostacolo. Ma di quelli sul campo, che si stenta a percepire.

Una squadra, per non retrocedere, ha bisogno di tutt'altra grinta, foga, agonismo, scaltrezza, umiltà e cuore.

Al Cagliari, triste dirlo, questi valori sono carenti, o (per i più ottimisti) si vedono labilissimi e a stento. Di certo (al momento) non bastano per salvarsi.

Forse è presto per dire cosa è mancato o cosa non è andato durante tutta questa stagione. Ma di certo, dei giocatori attuali presenti in rosa, in pochi incarnano lo spirito che lo storytelling societario cerca di sdoganare.

“Una terra, un popolo, una squadra”, suona infatti (ad oggi) più come un motto fine a sé stesso, che come il vero atteggiamento di chi capisce che maglia indossa.

Poi si può perdere, fa parte del calcio, o addirittura retrocedere. Ma ci son modi e modi.

Un progetto se fallisce, può naufragare anche tra gli applausi talvolta, a patto che il tifoso percepisca che la squadra abbia dato tutto, spendendosi in ogni dove. Fu così, ad esempio, per lo spareggio di Napoli.

Chi (degli attuali giocatori) potrebbe ad oggi presentarsi sotto la curva come “il Cobra” Tovalieri in lacrime, e prendersi l'applauso commuovente di ventimila persone, dopo essere retrocesso?

Altri tempi, altro calcio. O forse la cifra che se perdi, ma hai dato l'anima, non hai nulla da rimproverarti e la gente ti stima comunque. Sentimenti universali e senza tempo.

Forse datati o non più di moda, in questo calcio moderno così uniformato, ma che sicuramente hanno fatto grande il Cagliari nel panorama nazionale.

Basta voltarsi indietro, riavvolgere il nastro, e vedere quanti “uomini”prima che calciatori, hanno indossato questa maglia. E se ne sente davvero la mancanza.