Tutti giù per terra

L'analisi del match contro il Chievo

pubblicato il 30/04/2015 in L'Editoriale da Luca Neri
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Luca Neri

C'era una volta il Cagliari. Si sa, tutte le fiabe iniziano così, con quel "c'era una volta" che mette il sorriso a generazioni di bambini. Raccontano di principi ed eroi, di fate e fanciulle, che c'erano un giorno passato e che ora non ci sono più. Come il Cagliari, che c'era e che non c'è più.

Ieri i rossoblù hanno, molto probabilmente, spento ogni speranza di salvezza (se mai ne erano rimaste). L'hanno fatto nel modo peggiore, dimenticandosi di onorare la maglia, di lottare almeno per tenere alta la dignità. Hanno perso prima la partita e poi la testa, con due rossi che hanno messo in ginocchio una squadra che forse non è mai stata in piedi. Non si può nemmeno dire che la squadra sia rimasta in nove, perché ieri non si sono visti undici giocatori in nessun momento del match. Ma c'è da soffermarsi un istante su questi due cartellini: il primo è di Murru, un Kung fu kick ad altezza petto per stendere un avversario a metà campo, senza una logica.

Questo ragazzo è un talento, non sono tanti i ventenni che hanno già tre campionati di Serie A alle spalle. Spesso quando lo si critica ci si scorda che è così giovane, che non ci sarebbe nulla di scandaloso se esordisse domani nella massima serie. Il problema, semmai, è che questo ragazzo sta un po' sprecando quelle doti fornitegli da Madre Natura. Perché questo ragazzo ad ottobre fu inserito dal Daily Mail tra i dieci migliori giovani al mondo, classifica che ora Nicola vedrebbe solo col binocolo.

Il secondo rosso è un po' l'emblema di questo Cagliari. Al 73' Cossu entra, all'89' va sotto la doccia per doppia ammonizione, errori che uno della sua esperienza non dovrebbe compiere. Fatto sta che al Bentegodi si è presentata una squadra scialba, senza mordente, gli undici fratelli scarsi di quei giocatori che pochi giorni prima avevano piegato la Fiorentina al Franchi.

Quasi un mistero l'assenza dal primo minuto di Farias, che aveva fatto la differenza contro la viola e che avrebbe probabilmente meritato la maglia da titolare. Il brasiliano, subentrato nella ripresa quando ormai il Cagliari era già sotto, si è dimostrato comunque uno dei pochissimi in grado di impensierire la difesa gialloblù. Difficili da comprendere anche i cambi Cossu per Cop e Conti per Joao Pedro, che hanno tolto freschezza ad una squadra che doveva cercare una complicatissima rimonta.

I sardi hanno praticamente rinunciato a giocare e si son trovati davanti una squadra che ha conquistato una salvezza strameritata. Gli scaligeri sono compattissimi, non concedono nulla e, anche se da anni vengono odiati da mezza Italia per il loro gioco noioso e difensivista, sono dannatamente efficaci, in grado di fare lo stretto necessario per strappare punti pesanti come macigni.

E dunque ieri il Cagliari ha praticamente firmato così la sua condanna a morte: la retrocessione ormai è pressoché inevitabile. Il tutto mentre i rivali dell'Atalanta pareggiavano a Cesena con una doppietta di un ragazzo cileno con la numero 51. In Sardegna lo conoscono bene, pochi anni fa salvò il Cagliari quasi da solo a suon di gol.

Oggi, dopo esser stato salutato nemmeno troppo a malincuore dagli isolani, ha realizzato la sua terza rovesciata in questo campionato, il suo terzo capolavoro, e consegnato di fatto la salvezza alla Dea. Il suo nome è Mauricio Pinilla, qual'ora qualcuno non l'avesse ancora capito.

E quindi la fiaba finisce così, senza il bacio alla principessa, senza lieto fine, senza serie A. Senza "vissero tutti felici e contenti".