La stratocrazia di Nahitan, Marko e Giovanni

L'analisi del match contro il Sassuolo

pubblicato il 19/07/2020 in L'Editoriale da Luca Neri
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Luca Neri
2020

Finché c'è guerra per quei tre. Rog, Nandez, Simeone e una crociata contro la noia e il letargo. A un certo punto della partita la ditta si mette in proprio, con strappi di cinquanta metri che lasciano il segno sulla guancia di compagni passeggianti dal ventesimo minuto, forse prima. Un golpe in piena regola e l'affermazione della statocrazia: ora comandiamo noi, ora comanda l'esercito. 

All'ottantanovesimo Nandez ribalta il campo per accompagnare il contropiede, sbaglia il traversone e controribalta con una transizione difensiva quasi commovente. Roba da Bombonera, direbbe qualcuno. Sì, ma quanti altri calciatori la riescono a ripetere nella seconda metà di luglio, dopo tre mesi di lockdown e senza la corrente alle spalle del pubblico? Pochi, pochissimi, ma un altro di questi è Marko Rog, che al 90esimo costringe Zenga a quella sostituzione che qualsiasi allenatore vorrebbe fare, richiamando in panchina il suo uomo-ovunque letteralmente esausto. Ma se i rossoblù tornano a casa col punticino, devono una larga fetta di merito al signore con la 99. Entra e il Cagliari, che nel primo tempo non era riuscito a concedere meno di 50-60 metri medi ad un Rogerio qualsiasi, si alza. Lo fa dopo essere rimasto in 10, invertendo la logica grazie alla battaglia alla cieca del Cholito, che tiene su la squadra praticamente da solo.

Duole dirlo, ma il gol di Joao Pedro non basta a restituire ai rossoblù la versione originale del verdeoro, che nel post quarantena non riesce a trovare la continuità nell'arco dei novanta minuti. Il terzetto, insieme col risultato, è una delle poche note liete in un Cagliari che ha disputato un primo tempo al limite della denuncia per istigazione all'autolesionismo.

La notizia più triste, per la seconda volta, porta il nome di Carboni, quasi un recordman nella precocità e nella tendenza al cartellino rosso. Il talento non si discute e, se vogliamo, l'irruenza faceva parte anche del primo Barella. Ma a fare la differenza è la lucidità e la tipologia del fallo: in quest'ultimo era frutto di una verve e di un agonismo praticamente irreplicabili in un giovane italiano, ma l'aggressività di Nicolò aveva dei limiti chiarissimi nella sua testa, che lo portava a non incorrere praticamente mai nel doppio giallo (nonostante una quantità generosissima di ammonizioni rimediate). Quelli di Carboni sono evidenti peccati di gioventù, ingenuità, piccole scorrettezze che non lasciano alternative all'arbitro, ma che nulla aggiungono al tasso agonistico del match (lontani anni luce dalle intimidazioni dei Sergio Ramos, dei Montero o Stam). Sotto questo aspetto si dovrà lavorare tanto, anche con l'aggravante della recidiva, ma la vera dimostrazione di maturità la offrirà ripresentandosi in campo come se nulla fosse successo e, se necessario, entrando prepotentemente in tackle. 

Per un giudizio parzialmente negativo per un baby ce n'è uno abbondantemente positivo per un altro. Riccardo Ladinetti, professione regista. Non nel tempo libero, non per seconde nozze, non per reinterpretazioni in chiave moderna. Forse Zenga ha trovato un playmaker.

A proposito del tecnico, il voto è sufficiente. La media è tra il 4 di un primo tempo imbarazzante (ma Gaston Pereiro era davvero pronto?) e una ripresa da 8 pieno, dove Zenga non ha sbagliato mezza mossa. Riparta da lì.