L'atterraggio non deve diventare uno schianto

L'analisi del match contro il Lecce

pubblicato il 26/11/2019 in L'Editoriale da Luca Neri
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Luca Neri

Correva l’anno 2015, il Cagliari ciondolava tra la B e la A, e in quell’occasione fu una chilena a consegnare ai sardi un verdetto provvisorio che profumava tremendamente di sentenza. Attore protagonista Mauricio Ricardo Pinilla Ferreira, ex da prima pagina in quel tremendo pomeriggio contro l’Atalanta. Stavolta il copione è molto simile, con un giocatore ad entrare in campo, spaccare la gara, consegnare il pareggio al Lecce e abbassare di diversi decibel il volume della musichetta della Champions che, quasi inconsciamente, si prendeva la scena dalle parti del capoluogo sardo. Si tratta di Farias, uno dei nemici giurati di una grossa fetta di tifoseria rossoblù, ma anche la miglior seconda punta del campionato una volta ogni dieci partite. Il Cagliari ieri ha avuto la sfortuna di beccare una di quelle giornate, una di quelle in cui il signore con la 17 decide di portare a casa il risultato; e lo fa, accidenti se lo fa.

Poi certo, i sardi ci hanno messo del loro, con un’ingenuità clamorosa di Cacciatore a regalare un uomo netto ad una squadra che aveva pochissime carte da giocarsi. Perché sia chiaro, la rimonta c’è stata e nell’arco di un campionato rientra nella normale logica delle cose, ma in situazione di parità numerica il Cagliari non avrebbe avuto troppi problemi a congelare un risultato che stava oggettivamente premiando la squadra più forte. L’asimmetria tecnica tra i due centrocampi, disposti a specchio, sembrava uno scherzo sin dalla lettura delle formazioni: Nandez, Cigarini, Rog e Nainggolan da una parte, Petriccione, Tachtsidis, Tabanelli e Shakov dall’altra, in quella che sembrava una rimpatriata tra rossoblù da expo e le vecchie meteore isolane.

Eppure questa partita insegna che il percorso è ancora lungo, che l’obiettivo concreto dev’essere il settimo posto e che quell’altra parola con la C va pronunciata a voce tanto bassa, quasi impercettibile. Là davanti ci sono squadroni che stanno passeggiando, altri che litigano e altri ancora che stanno iniziando ora a giocare. Del resto c’è una linea molto sottile che separa un gran campionato da uno modesto, e la corda può essere tirata da una parte o dall’altra con la semplice forza dell’inerzia.

Il fatto che un pareggio a Lecce (come successo anche alla Juve, tanto per gradire) faccia storcere il naso può essere letto in tanti modi, anche positivamente. Significa che l’asticella si è alzata, che nessuno è più disposto ad accontentarsi e che quest’anno si va a vincere ovunque. Ma può anche essere pericoloso, col rovescio della medaglia dietro l’angolo: alzare l’asticella significa anche alzare la pressione e la tensione, che va benissimo quando si vola ma può portare allo schianto quando si atterra. Certo il gruppo, per quanto giovane, ha anche elementi dall’esperienza tale da trascinare e non lasciarsi trascinare, ma il vento di un popolo che sogna soffia tanto profondamente nell'espirazione, quanto aspira forte nell'inspirazione.