Il problema della rivoluzione è la fine: no a forche ed elementi tossici

L'analisi del match contro il Chievo

pubblicato il 19/08/2019 in L'Editoriale da Luca Neri
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Luca Neri

Stavolta il colletto era alzato, da bulletto, forse da ex timido. Ora vi facciamo vedere noi venti milioni di centrocampista, ve lo diamo noi lo Spallettizzatore seriale. Va sempre così quando arriva il secondo turno di Coppa, e le medio-piccole della nostra Serie A ospitano le nuove arrivate della B. Un po' per classismo, un po' per esibire il badge, far valere lo status e la differenza che deve esistere. Pazienza poi se la cadetta è tale da qualche mese, pazienza pure se la rosa non è cambiata poi così tanto: non serve essere più forti, serve dimostrarlo.

Il fatto è che il gap quasi mai è davvero marcato, e le sfide risultano sempre più combattute di quanto il machismo della A consentirebbe. Ieri la situazione era effettivamente diversa: il Cagliari è cambiato tanto, e l'ambiziosa campagna acquisti ha inevitabilmente alzato l'asticella: giochicchiare col Chievo non sarebbe bastato, era necessario imporsi ratione autoritatis. Così è stato nella prima mezz'ora, come anche sarebbe stato lecito aspettarsi: pubblico caldo, grandi attese e nuovi in vetrina erano ingredienti sufficienti per innescare la reazione chimica dell'assalto al fortino. In effetti lo slancio iniziale è servito al Cagliari ad archiviare la pratica senza troppi patemi, anche al netto dell'espulsione di Rafael.

Sapete però qual è il problema della rivoluzione? La fine, l'assestamento, il giorno in cui i ribelli abbandonano le piazze che avevano messo a ferro e fuoco. Però la rivoluzione può essere una droga: arriva un momento in cui il tifoso ci prende gusto, ha iniziato a fare l'abitudine alla ghigliottina e inizia a chiedere altre teste e nuovi leader, nonostante il moto vorticoso non possa durare per sempre. Succede così che si cominci ad idolatrare il nuovo arrivato e ad ergerlo frettolosamente a salvatore della patria, mandando alla forca i vecchi componenti dell'organico.

Chiariamo subito: Rog è un grande giocatore e per il Cagliari è un lusso da emiri, ma il suo nome, esattamente come quello di Nandez e Nainggolan, non fa necessariamente rima con la parola Europa. Un progetto, un'idea o un sogno ha bisogno di tempo e di spazi, di un supporto che sia esaltazione ma non surrealismo: il dadaismo da curva porta al mugugno precoce, e non ci può essere nulla di più tossico per una squadra che sta provando a costruire qualcosa di importante. Si esulti per la giocata dei Rog e li si supporti quando sbaglieranno.

Ma lo si faccia anche coi Ceppitelli.