Dentro e fuori dal campo

Daniele Dessena, dopo il grave infortunio subito, non ha fatto mai mancare il proprio supporto alla squadra

pubblicato il 10/05/2016 in Approfondimenti da Pietro Piga
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Pietro Piga
2015

In quell'estate del 2009, quando sbarcò in Sardegna per la prima volta, scattò l'amore. Gli bastò un anno per provare quel sentimento indelebile che lo portò, a distanza di tre anni dal momentaneo addio, a ritornare nella squadra e nella città che sarebbero diventate, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, allenamento dopo allenamento e partita dopo partita, una cicatrice incancellabile.

Daniele Dessena, che da questa stagione ha ereditato la fascia di Conti, è stato sempre “un capitano” del Cagliari, seppur non gli fosse stato consegnato questo riconoscimento. Il centrocampista non si è mai sottratto a nulla, ha sempre dato il cento per cento (e forse qualcosa in più) per la maglia rossoblù. Un esempio, dentro e fuori dal campo.

Perché se nel rettangolo di gioco è un mastino indomito, pronto a mostrare i denti a chiunque passi dalle sue parti, a trascinare i propri compagni e a mettere insieme un mix di quantità e qualità, nello spogliatoio non è da meno: dà indicazioni, incita e bacchetta la squadra. Ancor di più da quest'anno, perché quella fascia, pesantissima per i giocatori che l'hanno indossata, è sul suo braccio.

Dessena non si è fatto di certo trovare impreparato, guidando il gruppo dal primo giorno di pre-ritiro ad Assemini, poi ad Aritzo e via via fino alla sfida di Brescia, in quel maledetto pomeriggio del 28 novembre 2015. L'intervento da censura di Coly, il piede dell'avversario che colpisce violentemente la tibia e il perone del numero 4. L'assordante silenzio di tutto il Rigamonti, il pianto del rossoblù, lo shock di compagni e avversari. Stagione finita, recitava il bollettino medico.

Allora, da lì in avanti, dopo l'operazione, la fase di riabilitazione e la concessione dei medici di far ritorno in Sardegna, ecco di nuovo Dessena, con lo spirito da leader che è circolato nelle vene. Presente negli allenamenti e nelle partite (che siano in casa o in trasferta fa poca differenza), pronto a trascinare i suoi “discepoli” con dei gesti, delle parole fondamentali per tenere alta la concrentazione, ma anche per tirare sul morale durante i periodi difficili.

C'era il 31 maggio 2015, nell'ultima gara in Serie A prima della discesa in Serie B, sotto la Curva Nord, con le lacrime perenni al viso, a chiedere scusa e a rendere omaggio a Conti, Cossu e Pisano, con i quali ha pianto per il crudele epilogo. C'era venerdì scorso a Bari, in mezzo ai compagni, per caricarli ancora una volta verso la meta. Al triplice fischio finale, la felicità è uscita da tutti i pori, e ancora un pianto, questa volta di gioia per il ritorno in A e l'addio al purgatorio.

La Serie A, conquistata e dedicata, da parte di tutto il club, proprio a lui.  Perché è soprattutto di Dessena questa promozione, messa nel mirino fin dalla preparazione, promessa alla piazza e centrata, con impegno e sacrificio, tra gioie e dolori. Da vero capitano.