Cagliari, analisi di un’involuzione inattesa

Dopo un buon inizio di stagione, i rossoblù sono vistosamente calati e ora stazionano ad un passo dalla zona retrocessione. Qual è la causa del crollo?

pubblicato il 11/01/2021 in Approfondimenti da Antonello Cossu
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Antonello Cossu
2020

Triplice fischio di Giacomelli. Il Cagliari esce sconfitto da Firenze e torna ancora una volta nel capoluogo sardo con la sacca vuota ed il cuore colmo di amarezza. La vittoria in Serie A manca ormai dal 7 novembre e la classifica si è fatta rovente, considerato che la zona rossa dista a questo punto solamente 2 lunghezze. 

Ciò che tuttavia preoccupa maggiormente i tifosi rossoblù non è tanto la posizione in classifica - basterebbero due vittorie per rimettere tutto in discussione - ma la preoccupante involuzione che ha colpito la squadra nell’ultimo mese e mezzo di campionato dopo un buon inizio. Durante questo periodo, partendo dal pareggio interno per 2-2 con lo Spezia e chiudendo con la sconfitta per 0-1 contro la Fiorentina, in campo il Cagliari ha potuto contare su pochissime costanti, vuoi per infortuni, vuoi per problematiche legate al COVID-19, problemi tattici o semplici cali di forma fisica. Cragno, Joao Pedro, Rog (operato al ginocchio, salterà tutto il resto della stagione), in parte Nandez e poco altro. Alcuni giocatori come Marin non stanno rendendo secondo le aspettative e altri come Gaston Pereiro e Ounas non si sono praticamente mai visti in campo. Diversi protagonisti di inizio stagione, su tutti Godin, Walukiewicz, Sottil, Zappa e Simeone, sono venuti a mancare col passare delle giornate, chi in termini di presenze, chi in termini di prestazioni. Sono diminuiti i gol e le giocate di spessore, è calata in generale la produzione offensiva a fronte di un identico ammontare di gol incassati. I sardi subivano tante reti nelle prime giornate e continuano a subirle anche oggi, con la differenza però che al momento la squadra segna meno di qualche tempo fa e di conseguenza fatica a rimontare da situazioni di svantaggio, come accadeva invece spesso nelle prime uscite di Di Francesco. Se in precedenza i problemi erano concentrati nella fase difensiva, adesso la realtà è cambiata. Inoltre l’apporto dalla panchina e stato quasi sempre pressoché nullo e ha profondamente inciso sulle scelte del tecnico.

In quattro parole: occorre dare di più. Certo, la squadra ha evidenti lacune da colmare in sede societaria, ma anche allo stato attuale vale più di quanto dica la classifica. Ci vuole personalità, voglia di vincere. Quella cosa astratta che Radja Nainggolan - approdato in Sardegna per la terza volta - ha mostrato già a più riprese, ad esempio nel match contro il Benevento, quando ha cercato di caricarsi la squadra sulle spalle sradicando la palla dai piedi di un giocatore giallorosso per poi percorrere metà campo e calciare in porta da distanza siderale, quasi come a dire “Adesso ci penso io”. Non si chiede a nessuno di fare il Nainggolan, sarebbe impensabile, ma almeno di cercare di essere la miglior versione di sé stessi, perché se il Cagliari naviga in cattive acque da un po’ è anche a causa del fatto che non tutti sono stati sempre all’altezza del proprio (meritato) ruolo. Allenatore compreso, dal quale ci si aspetta meno caos nelle scelte e più reattività nei momenti chiave della partita. Tutti, società, staff e giocatori, sono responsabili della crisi del Cagliari e per uscire dal momento nero servono risposte immediate da parte di chi già c'è, oltre che qualche provvidenziale aiuto esterno da parte del mercato. Difficilmente sarà possibile rivoluzionare la squadra, apportargli dei correttivi forse sì ma in tempi di magri ricavi causa pandemia non c’è da sperare in grandi nomi. In secondo piano, forse occorrerebbe anche abbassare le aspettative societarie, si dovrebbe smettere di parlare di Europa senza prima aver raggiunto i requisiti necessari ad accedere a competizione di tale spessore, seppur in un anno speciale per il Cagliari come il centenario. Sarebbe opportuno mettere da parte per un attimo l’ambizione e pensare al reale obiettivo, ovvero salvare la categoria, e poi secondariamente a costruire una squadra completa di buon livello. Magari non in una stagione, magari non in due, ma col tempo che serve e con costanti rinforzi  in ogni reparto. Con lungimiranza e programmazione, doti che hanno fatto le fortune di altre società in Italia. 

Le grandi squadre, come Roma non è stata costruita in un giorno, non nascono in una sessione di mercato.