Cagliari, vantaggi e svantaggi di una sovraesposizione mediatica senza precedenti

Ciclone rossoblù: quando l'Italia parla del club sardo

pubblicato il 07/11/2019 in Approfondimenti da Luca Neri
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Luca Neri

Ne parlano, eccome se ne parlano. Giocano a mettere la musichetta della Champions come colonna sonora, vedono l’Europa e la indicano al presidente Giulini o al mister Maran. Il prodotto Cagliari piace e pure parecchio. Perché se nel calcio dei grandissimi ci finisce una bergamasca a meno di un’ora dalla grande Milano è tanta roba, ma se quelle partite là le gioca la squadra di un’isola, nell’anno dei grandi anniversari, il confine che separa il reale dalla pellicola si fa sottile. E allora la narrazione viene facile e scorrevole, l’epica si consuma, e accade che chi dava le spalle si volta a guardare.

Qual è il retro di questa vetrina?  Incassi, tanto per cominciare. Perché gli sponsor non stanno con le braccia conserte, notano dove vira il mercato, e la Sardegna in estasi tira, vende e fa vendere. Nuovi incassi generano nuove possibilità, e nuove possibilità si possono tradurre in nuovi protagonisti che possano dare continuità al piccolo grande mondo innescato da Maran e la sua banda. La stessa banda, però, potrebbe anche subire la spada di Damocle di un’esposizione mediatica a cui, oggettivamente, non è mai stata abituata: il trasporto di un’isola può diventare la responsabilità di un popolo e il peso di aspettative da mantenere. I più giovani e inesperti possono soffrirne, sicuramente può toccare meno Nahitan Nandez, forgiato dal ruido della Bombonera nell’esperienza argentina. Eppure le chiacchiere a tinte rossoblù nello Stivale hanno colpito anche El Leon, finito al centro di un presunto “caso”. Questa nuova bolla Nandez sembra essersi già sgonfiata in assenza (o in attesa) di riscontri, ma dà l’idea dell’effetto rebound che può scatenare un mese da protagonisti. Altro pericolo dietro l’angolo riguarda la sensazione di delusione, quella che potrebbe derivare da un ottimo campionato (come un decimo posto) non coincidente con le nuove ambizioni sviluppate in corsa dalla tifoseria: sognare è bello, ma svegliarsi lascia sempre l’amaro in bocca.

Per contro, c’è da sottolineare che l’euforia non sempre porta all’eccesso, anzi. Se metabolizzato correttamente, l’entusiasmo contagioso può diventare coscienza, un’assunzione di consapevolezza sul fatto che si stia andando a fare qualcosa di grande. In Sardegna amiamo questo genere di trasporto emotivo, e un esempio evidente è arrivato l’anno scorso dalla Dinamo del basket. Pozzecco eredita una squadra da medio-bassa classifica, ridà ambizione ed euforia al popolo biancoblù, con ogni singola vittoria che viene celebrata con un delirio collettivo che coinvolge pubblico e giocatori, spesso portati in trionfo in mezzo agli spalti dopo un successo. Quella squadra arriva a giocarsi un’insperata finale scudetto. Nel baccano infernale dell’aeroporto post Atalanta si è rivisto tanto di quei momenti.

È la Sardegna, bellezza.