06/11/2017, 08:17 | Di Luca Neri | Categoria: L'Editoriale

Cagliari, quell'aurea mediocritas che rende comodo il cuscino

L'analisi del match contro il Verona

2017
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Da bambino non capivo cosa fosse l'orizzonte. Guardavo il mare e pensavo di poter toccare la "fine", quella linea di confine che mi pareva perfettamente raggiungibile. Poi mi spiegarono che altro non era che un'illusione ottica, che più ti avvicini più quel punto sembra allontanarsi inesorabilmente. Non si può arrivare sin lì, per quanto sarebbe bello vedere da vicino il mare toccare il cielo.

Così il Cagliari ieri, con ventidue tiri di cui nove in porta, quando più sembrava ad un passo dal segnare più il gol scappava e più ci provava meno ci riusciva.

Le cose si erano messe malissimo da subito, con Zuculini dimenticato dal mondo che segna di testa nel Sahara verde dell'area di rigore rossoblù. Un pasticcio difensivo che una difesa a quattro non può concedersi, figuriamoci una a tre. Una grossa fetta del mea culpa generale dovrebbe essere recitata da Ceppitelli, che comunque si fa perdonare quando la palla gli piove sul ginocchio e va in gol in una dinamica molto da flipper e poco da pallone. Una realizzazione  che è parsa una vera e propria liberazione, dopo l'ennesimo rigore sbagliato dai sardi.

Una volta era toccato a Farias, una volta a Sau, stasera alla fiera della ciofeca dagli undici metri si è iscritto anche Cigarini. Le cose a questo punto sono due: o il Cagliari partecipa ad un corso accelerato presso Sherwood con Robin Hood professore per aggiustare la mira, o forse è il caso che i rigori li calci l'unico che l'ha segnato quest'anno, Joao Pedro.

Peccato che il brasiliano si sia accomodato in panchina per l'ennesima volta, per una logica ancora non troppo chiara: può essere quantomeno intuibile l'idea di lasciar fuori il 10 in trasferta, quando il Cagliari deve quasi sempre impostare partite di rimessa e i fantasisti del suo tipo rischiano di eclissarsi. Ma in casa, quando serve fare la partita, serve qualcuno coi piedi buoni, qualcuno che possa innescare la miccia.

Per ora Lopez invece preferisce puntare forte sui faticatori, sugli onesti mestieranti. In un caso ha avuto ragione, ed è quello che porta il nome di Paolo Pancrazio Faragò. È lui che decide la partita, è lui che la risolve, e non solo per il gol. Crossa, corre, lotta, difende, si inserisce. Chi lo criticava ha solo perso tempo, siano benedetti i Faragò del pallone, perché è con questi uomini che si costruiscono le salvezze: nessun palazzo è mai stato costruito da soli ingegneri e nessun manovale.

Il palazzo rossoblù oggi è un po' più solido con i sardi che, grazie a questi tre punti, si sono reinseriti nel gruppone, quello che non fa sognare ma non procura nemmeno incubi. Orazio parlava di aurea mediocritas, che non toglie certo il respiro ma di sicuro non fa mai male.

Perché stanotte la parte destra dista quattro punti e il cuscino sarà più comodo. 

Luca Neri

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